Il target è morto…

Se con una comunicazione sbagli bersaglio, la colpa non è mai del bersaglio. Chi fa comunicazione lo sa.
Le aziende, otto volte su dieci credono di saperlo. Invece non lo sanno. Perché?
Perché pensano al target come a un bersaglio, mentre il bersaglio ormai non esiste più.
Perché immaginano il bersaglio come a una sagoma di carta in fondo a una linea di mira mentre oggi, è una stringa di codice, un pixel, un biscottino che traccia il comportamento delle persone in rete.

Lunga vita al target

Bene, per colpire questo bersaglio non serve essere tiratori scelti, bisogna essere abili seduttori.
Perché per sedurre quell’identità tracciata con quel pixel, o con quel biscottino, bisogna saper parlare la sua lingua, bisogna conoscere tutto delle sue urgenze, dei suoi criteri di giudizio e delle sue paure e fare in modo che sia lui a trovarci.
Sì avete capite, al posto del target c’è la persona, o meglio, il suo archetipo, il suo modello.
E per farlo avvicinare a noi dobbiamo sedurlo, fargli seguire un comodo percorso che lo porta verso la nostra offerta per il tempo necessario a convincerlo che la nostra offerta è migliore rispetto a quella degli altri, fino a farla arrivare in fondo, dove gli altri, i concorrenti non esistono più. Esistiamo solo noi.
Nessun altro, arrivati a quel punto, ai suoi occhi, è più bravo di noi a risolvere il suo problema.

Il target non è mai esistito

Il target è morto, anzi, non è mai esistito.
In fondo, a ben vedere, il target è sempre stato come una bussola senza ago, proprio come i cerchi di carta disegnati intorno a una croce e con in mezzo il numero 10 che i tiratori spostivi piazzano a 300 metri dalla volata del loro fucile di precisione.